Gli incurvamenti del pene possono esser distinti in due categorie principali:

  1. Congeniti (con o senza ipospadia)
  2. Acquisiti:
    • Fratture peniene
    • Malattia di La Peyronie o Induratio penis plastica (IPP).

1. Gli incurvamenti congeniti

Sono patologie abbastanza frequenti (3-5% nella popolazione generale), che possono o meno associarsi a una delle più comuni malformazioni congenite dei genitali maschili, l’ipospadia, ossia un incompleto sviluppo dell’uretra per cui lo sbocco, chiamato “meato”, si può trovare in punti variabili della superficie “ventrale” del pene (quella anteriore, se il pene è in posizione sdraiata sulla pancia) anziché sulla punta del glande. Oggi si ritiene che il disturbo possa essere provocato anche da un anomalo sviluppo della tunica albuginea, l’involucro che riveste i corpi cavernosi del pene.

In base al tipo di curvatura, gli incurvamenti penieni possono essere distinti in:

  • ventrali (concavità verso il basso)
  • laterali
  • dorsali (concavità verso l’alto)
  • misti.

Durante l’infanzia il problema viene evidenziato solitamente o dai genitori o dal pediatra che si accorgono di evidenti anomalie della pelle della faccia ventrale del pene o di sue curvature in erezione (durante un esame clinico o al risveglio mattutino).

Durante l’adolescenza o l’età adulta invece i sintomi possono consistere in un ritardo nell’inizio dell’attività sessuale con una penetrazione impossibile e/o dolorosa quando l’incurvamento è molto marcato, o se vi è un disagio psicologico.

Anche se una diagnosi più precisa richiederebbe l’induzione di un’erezione per studiare meglio l’incurvamento (da attuare nel bambino comprimendo la base del pene e nell’adulto tramite iniezione farmacologica intracavernosa di sostanze che provocano l’erezione), attualmente si preferisce utilizzare tecniche meno invasive come l’autofotografia in erezione (facilitata dall’uso delle fotocamere dei telefonini, che permettono di evitare l’imbarazzo dello sviluppo delle fotografie).

Come si curano gli incurvamenti congeniti del pene

La terapia degli incurvamenti congeniti del pene può essere:

  • medica: una applicazione al dì per 2 mesi di androstanolone gel. Tale terapia garantisce però buoni risultati solo se attuata entro 13 anni;
  • chirurgica: che utilizza diverse tecniche tra cui, quella da più tempo usata, è la tecnica di Nesbit. Tale procedura consiste nell’accorciare il lato più lungo del pene (quello convesso) tramite asportazione di una o più piccole losanghe di tunica albuginea. L’intervento dà buoni risultati, ma provoca un lieve accorciamento del pene.

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2. Gli incurvamenti acquisiti

Tra questi, possiamo distinguere le fratture peniene e l’induratio penis plastica o Malattia di La Peyronie.

Le fratture peniene possono rappresentare una vera e propria emergenza andrologica (seppur rara) con importanti esiti quali l’induratio o la disfunzione erettile (DE) e vede tra le cause più comuni un rapporto sessuale violento in cui il pene si flette bruscamente in quanto, scivolando fuori dalla vagina, urta violentemente contro l’area pubico-perineale. I sintomi generalmente riferiti dal paziente sono – oltre al rumore tipico riferito come un “crack” –  l’insorgenza di una rapida flaccidità del pene associata a forte dolore.

All’esame obiettivo, il pene apparirà soffice (per la rottura dell’albuginea) e gonfio (per la presenza di un ematoma sottocutaneo). Se presente ematuria dovrà essere sospettata una coesistente rottura dell’uretra.

La diagnosi è generalmente ecografica, ma a volte non è attuabile per il dolore. E’ possibile ricorrere a una risonanza magnetica che, seppur più accurata, allunga molto i tempi diagnostici. Se dall’esame ecografico non si evidenza rottura dell’albuginea, il trattamento potrà essere conservativo (ghiaccio, antibiotici o anticoagulanti), in caso contrario la sutura chirurgica dell’albuginea e dei corpi cavernosi è indispensabile.

 

La malattia di La Peyronie o lnduratio Penis Plastica (IPP)

La malattia di La Peyronie o lnduratio Penis Plastica (IPP) è una condizione tutt’altro che rara: è presente in oltre il 3% della popolazione generale, ma può aumentare significativamente in alcune malattie comuni quali ad esempio il diabete, o in patologie che apparentemente non hanno nulla a che vedere con il pene (per esempio il Morbo di Dupuytren, che porta a una deformazione delle mani), con le quali condividono la predisposizione genetica a disturbi del sistema immunitario.

Si tratta di una malattia del pene a causa ancora ignota caratterizzata dalla presenza di una zona fibrotica palpabile e circoscritta della tunica albuginea (una specie di “cicatrice” denominata placca) che curva il pene verso la zona affetta dalla placca limitandone l’elasticità durante l’erezione. Tanto più ampia è la placca tanto maggiore sarà la deviazione dell’asta che può condurre a gravi deformità con conseguente impossibilità ad avere rapporti penetrativi in vagina.

La causa, seppur ancora ignota, sembrerebbe dovuta al fatto che ripetuti piccoli traumi penieni non avvertiti dal paziente, o un trauma definito (a volte il paziente ricorda che il pene si sia “piegato” durante un rapporto), indurrebbero in individui predisposti una reazione infiammatoria e del sistema immunitario contro la tonaca che riveste il pene. Questo meccanismo può portare ad una eccessiva risposta nel riparare i tessuti danneggiati, con conseguente formazione di noduli/cicatrici “fibrose”, a volte anche calcifiche.

I sintomi, in circa la metà dei casi, hanno un esordio acuto (il paziente ricorda un trauma associato a vivo dolore circa 1-4 settimane prima dell’insorgenza della curvatura). Nei restanti casi la malattia ha un andamento insidioso e i pazienti non ricordano traumi.

Comunque insorga, la malattia si manifesta con due fasi: una acuta in cui il paziente presenta dolore spontaneo, o indotto dall’erezione, con curvatura del pene in erezione e una seconda fase detta di stabilizzazione, in cui, dopo la risoluzione dei processi infiammatori (con scomparsa del dolore nella maggior parte dei casi), residua una placca, in taluni casi calcifica. Per tali ragioni emerge la necessità di intervenire con terapie idonee nella fase acuta per impedire o ridurre la formazione della cicatrice e il deposito dei sali di calcio.

A tale malattia può associarsi un deficit erettile dovuto a più fattori:

  • l’effetto psicologico negativo sull’attività sessuale dato dalla curvatura e dal dolore alla penetrazione che può essere avvertito da entrambi i partner
  • la deformazione che può provocare una incompleta espansione delle arterie e la compressione delle vene del pene (e quindi il sangue non viene “trattenuto” nei corpi cavernosi).

Inoltre, alcune condizioni frequentemente associate, quali il diabete e le malattie vascolari, contribuiscono a loro volta ai problemi di erezione.

Rara, e tipica solo dei soggetti più giovani, è la regressione spontanea della malattia. Una volta passata la fase acuta, la malattia anche se non curata può arrestarsi (senza regredire) oppure evolvere progressivamente, seppur in tempi lunghi, interessando parti sempre più estese del pene.

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Come si diagnostica la IPP?

La diagnosi di IPP si effettua attraverso:

  • un’accurata anamnesi: che indaghi le modalità e tempi di insorgenza, i sintomi, le manifestazioni associate e la vita sessuale
  • autofotografie: che il paziente deve eseguire a pene eretto (per calcolare l’esatto angolo di curvatura del pene)
  • un esame obiettivo accurato
  • un’ecografia peniena a pene flaccido e in erezione farmaco-indotta.

Come si tratta l’IPP?

L’IPP può essere trattata con due strategie, una non chirurgica, l’altra chirurgica.

La strategia non chirurgica

Da attuare preferibilmente nelle fasi iniziali (entro un anno dalla comparsa dei sintomi) o in presenza di lieve deformità, dolore e buona funzione erettile. Essa può essere:
a) farmacologica generale
b) farmacologica locale e con mezzi fisici.

I farmaci orali non hanno una comprovata efficacia in studi scientifici su larga scala e pertanto vengono diversamente utilizzati a seconda dell’esperienza del medico.
I più utilizzati sono la Vitamina E (specie in associazione con la colchicina), il paraaminobenzoato di potassio, il tamoxifene e la pentossifillina. Un recente trattamento proposto che ha mostrato risultati incoraggianti, prevede l’assunzione serale cronica di tadalafil (2.5 mg) tutti i giorni per 3 mesi.

La terapia locale, ossia quella che prevede un’iniezione del farmaco nel pene all’interno o vicino alla placca, può essere utile nella fase iniziale della malattia. I farmaci più utilizzati sono i calcioantagonisti e i cortisonici (da soli o in associazione). Gli stessi farmaci possono essere somministrati anche tramite un’apparecchiatura (ionoforesi), con la quale si facilita la penetrazione attraverso la cute del pene. Recentemente è stata anche proposta l’iniezione intra-placca di collagenasi.

Le terapie con mezzi fisici, che utilizzano ultra­suoni o energie LASER, sono solitamente ben tollerate e prive di effetti collaterali, seppur poco efficaci rispetto ai precedenti presidi e pertanto poco utilizzate. Deve esser precisato che non esiste a tutt’oggi un consenso universale circa le opzioni terapeutiche non chirurgiche in quanto non esistono dati che stabiliscano l’efficacia di una terapia rispetto ad un’altra.

La strategia chirurgica

Riservata ai casi di malattia stabilizzata (da oltre un anno) nei quali la curvatura peniena è tale da compromettere la funzione sessuale. Gli interventi, che consistono in tecniche plastico/ricostruttive, possono essere distinti in interventi di raddrizzamento (senza escissione della placca) ed in interventi di escissione della placca (sostituita con vari materiali).

Se presente deficit erettile irreversibile o l’incurvamento non permette una soluzione chirurgica più semplice, si può considerare il posizionamento di una protesi peniena.

Ultimo aggiornamento 12/08/2015