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The hottest state

di ETHAN HAWKE, USA, 2006, 117’, drammatico

Interpreti: Mark Webber, Laura Linney, Ethan Hawke, Jesse Harris

La trama, un piccolo assaggio…
Alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, il promettente attore William (Mark Webber) incontra in un bar la bella Sarah (Catalina Sandina Moreno), aspirante cantante: è l’inizio di una tormentata storia d’amore, che – come in un copione già scritto – passa dall’incertezza e dalle titubanze iniziali alla passione più coinvolgente, fino all’inevitabile separazione finale. Sarah, infatti, è incerta e lunatica, vuole farcela da sola, ha paura di soffrire; William è ipersensibile e “vittima” di un mai risolto conflitto con i genitori, che si sono separati quando lui era bambino. Sarà proprio l’incontro con il padre, dopo tanti anni di silenzio, a permettere a William di “crescere” e diventare finalmente adulto…

Perché questo film
Un film adolescenziale? La solita, sdolcinata storia d’amore? In realtà, questo film è ben di più: è innanzitutto la fotografia di un percorso di crescita del protagonista che, tormentato da mille domande “esistenziali”, intravede nel suo primo, grande amore, la chiave della felicità. E’ la storia di un rapporto “mai vissuto” tra padre e figlio, così indispensabile allo sviluppo emotivo di un individuo; ed è anche – perché no – la storia che tutti, più o meno, abbiamo vissuto. Non è forse vero che il primo amore “non si scorda mai”? Ed ecco che allora tutti ci commuoviamo quando, finalmente faccia a faccia con il padre (interpretato dal regista-sceneggiatore Ethan Hawke, che ha firmato anche il romanzo da cui il film è tratto), Wiliam si sente dire: “l’amore a vent’anni è come una cicatrice, fa’ un po’ male ogni volta che piove”.

Lui & lei, genitori & figli
Un altro aspetto interessante è la diversa visione della storia d’amore tra “lui” e “lei”: siete ancora dell’idea che la donna, generalmente, investa nell’amore tutte le proprie energie, cercando ad ogni costo di catturare il maschio in perenne fuga? Dovrete ricredervi, allora, perché in questo film, dolce ma non sdolcinato, è proprio Sarah a fuggire continuamente, in preda a mille dubbi e insicurezze, a passare dalle dichiarazioni appassionate (sua l’idea del matrimonio-lampo in Messico, in quella che anche al termine del film Sarah giudica “la più bella settimana della mia vita”) alla voglia di isolarsi, di pensare solo a se stessa. Paura di soffrire, certo, ma anche desiderio di farcela da sola. E l’uomo? Fragile, ipersensibile, appassionato, un po’ succube, diciamocelo, della personalità della donna. Ma è poi debolezza, la sua, oppure una grande forza che deriva dai sentimenti? William con il cuore infranto, che inebetito lascia decine di messaggi deliranti sulla segreteria telefonica di Sarah, farà forse sorridere qualcuno, ma è anche molto onesto e sincero. E tutto per lui si fa più chiaro quando, finalmente a colloquio con il padre, fortissima presenza-assenza nella sua vita e in tutto il film, capisce che ciò che sta vivendo l’aveva un po’ vissuto anche lui, è una storia che si ripete, non per questo meno dolorosa ma forse più comprensibile. Per concludere, come dimenticare il ruolo della madre di William (Laura Linney), donna forte eppur anche lei “mai cresciuta”? Costantemente alle prese con qualche nuova storia d’amore, dispensa consigli di vita al figlio in quelle che sono le sequenze più interessanti di tutto il film: che ne dite, non capita spesso anche a voi, a qualsiasi età? Ah, le mamme…

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