È noto come le malattie della tiroide colpiscano più frequentemente le donne degli uomini; alcune, come l’ipotiroidismo, anche in misura 10 volte superiore, altre però registrano differenze percentuali meno significative. Il carcinoma tiroideo, ad esempio, colpisce il sesso maschile con un rapporto di 1:3 rispetto a quello femminile, con circa 4 nuovi casi registrati ogni 100.000 uomini in un anno in Italia (dati AIRC – Associazione Italiana Ricerca sul Cancro).

Campione (s)fortunato

Proprio di cancro alla tiroide “al maschile” si è recentemente molto parlato, riguardo al caso del campione di Mountain Bike Andrea Tiberi, al quale durante una normale visita di idoneità sportiva è stato scoperto un nodulo tiroideo, poi rivelatosi un carcinoma della tiroide che ha richiesto un immediato intervento chirurgico di asportazione della ghiandola (tiroidectomia totale).

Questa patologia presenta comunque un alto tasso di guarigione (90% di sopravvivenza a 5 anni), se diagnosticata precocemente, e il ciclista è stato fortunato a scoprirla per tempo. Per la cura del tumore della tiroide, la chirurgia è il trattamento di prima scelta e in genere, come nel caso di Tiberi, si preferisce asportare tutta la ghiandola. Anche senza la tiroide non ci sono tuttavia controindicazioni alla pratica sportiva agonistica.

Quando la tiroide non c’è più

La tiroidectomia totale è uno degli interventi più eseguiti in Italia: ogni anno, ne vengono effettuati oltre 40 mila, con complicanze specifiche generalmente molto limitate e temporanee. Una volta rimossa la tiroide, è necessario mantenere il corretto livello di ormoni tiroidei nel sangue, così diventa indispensabile la terapia ormonale sostitutiva con levotiroxina, oggi sempre più facile da assumere e calibrare grazie alle nuove formulazioni liquide e in softgel, che permettono di svolgere una vita perfettamente normale, anche a uno sportivo professionista, pur in assenza della ghiandola.

Il Prof. Fabrizio Angelini (Presidente della Società Italiana Nutrizione dello Sport e del Benessere) spiega che per un atleta è sicuramente possibile proseguire l’attività dopo l’intervento, ma in questi casi è fondamentale una particolare accuratezza terapeutica.

Il metabolismo tiroideo viene infatti messo sotto pressione dallo sforzo fisico, e non riuscire a provvedere adeguatamente alle richieste ormonali dell’organismo, potrebbe condizionare negativamente la performance, oltre al benessere generale.

In questi casi, per procedere con una somministrazione adeguata del farmaco è necessario valutare la tipologia di sforzo compiuto dallo sportivo, per modulare correttamente il rilascio dell’ormone tiroideo. In caso di impegno prolungato, come nel ciclismo, è consigliabile un’assunzione sequenziale della levotiroxina, ad esempio con una somministrazione al mattino e un’altra al pomeriggio.

Le ultime formulazioni di levotiroxina liquida, che possono persino essere inserite direttamente nella bevanda idratante dell’atleta, risultano molto utili in queste situazioni, poiché non vengono influenzate dall’assunzione di cibo, garantendo sempre ottimo assorbimento e biodisponibilità dell’ormone.